Mondine

Montando a mano l’uovo sbattuto

mia nonna cantava a mezza voce

non sedeva mai, ma se lo faceva

era in punta, come se scottasse

come se il tempo a riposo l’avesse

 rubato ad altro, che molto più

importa, come se ci fosse sempre

dell’altro di più importante che a

scordarsene si faceva peccato

 

Nei lunghi inverni penzolavo i piedi

rubavo fette della paradiso

volevo storie antiche e canti

dicevo dai, nonna dimmi del riso

(che non avevo ancora dolore

abbastanza per cogliere allora

lo sguardo appannarsi, ricordi

ammassarsi come schiuma sul mare

oltre il velo della sua cataratta)

 

Diceva: il riso bambina cresce

in file diritte, in righe strette,

come Bersaglieri, mica che è bravo 

no, è che così ce lo abbiam spinto

noi con le unghie marce nella terra

inondata, con la faccia sfondata

di caldo e zanzare sotto i cappelli

nel campo a specchio solo gli uccelli,

il palpito lento degli aironi

grigi teneva il tempo dei nostri canti

 

Sì, era fatica. Ma la fatica

quella c’è ovunque, era anche qui, nella

mia casa, di pietra, di sangue

da tenere viva sana accesa

le cinque bocche come di sparvieri

almeno uno da far laureare

c’era da andare di notte a cercare

tra le osterie, per raccattare

gli avanzi del mese, strapparli al vino

alla briscola o a lei. Perciò

vedi, c’era fatica a Vercelli

ma quella fatica almeno era mia

avevo un padrone contro cui potermi arrabbiare

e lotte da combattere, che per tutti erano giuste

per quaranta notti chiusa in risaia

cantavo nell’aia, insieme agli aironi.

 

Io e mia nonna mangiavamo sole

in cucina. Poi arrivava mio padre   

lei preparava la tavola grande

il lento passo del nonno riempiva

la stanza, parlavano poco, 

fumavano tra le portate

la tele era sempre accesa sul tg.

Lei stava vigile, appesa allo stipite

come un cappotto lasciato a sgocciolare

portava il pane, versava il vino

mentre lavava i piatti nel secchiaio

cantava spesso canzoni antiche

di quei lavori sporchi e brutali

che a ricordarli le veniva nostalgia.

Se otto ore vi sembran poche

provate voi a lavorare

e sentirete la differenza

di lavorar e di comandar.

 

 

Argini

Mi fanno paura

i tuoni rantolanti,

quelli che cascano singhiozzanti dal limitare del nero

e si srotolano ubriachi

contro i muri dei vicoli stretti,

fragranti rimbalzano sugli infissi invecchiati di questa città

come un pettegolezzo

– di quelli buoni, con ancora attaccati pezzi di cuore

penzolanti tra le righe delle parole –

e si alimentano, scivolando sull’asfalto bagnato

come un segreto

da sussurrare sporgendosi attenti oltre la tazzina di caffè

controllando il passaggio, oltre la spalla

non ho mai imparato

a guardare oltre le spalle

e quando abbraccio resto lì

inchiodata

– non mi faccio toccare mai e quando capita

che almeno abbia un significato.

Mi fanno paura

i tuoni furibondi,

le folgori schiantate sui vecchi sassi calpestati

come il vetro nel camion dei rifiuti

quando l’aria rimane immobile e risucchiata

i gatti scompaiono

col pelo carico di elettroni,

quelli che strappano il velo del romanticismo

che ci hanno insegnato ad associare ai temporali

non c’è niente di romantico

in un temporale

la gente muore

durante i temporali

e vengono date le brutte notizie.

Mi fanno paura i tuoni

ed il lampo a precederli

come la lama bianca dei tuoi denti quando ridi

piegando la testa indietro

mi fai paura tu

che sei come la primavera,

una cosa bella da guardare e viva

ma quando parli

è un temporale

vorrei

una primavera senza temporali

o forse basta

che stai zitto

e mi tieni la mano

ed io non ho paura più

e penso che vorrei essere così

il giorno che muoio

con la tua mano stretta

ad arginare il terrore.

Un povero diavolo

Mi distraggo facilmente.

La periferia del mio sguardo si riempie di dettagli insignificanti e quindi importantissimi: la luce che cambia sul riflesso di una foglia; il mare che balugina dietro la curva della strada; una bambina che salta in una pozzanghera. Certamente c’è qualche articolo di Vice in grado di spiegare questa condizione e trarne vanto, “se ti distrai facilmente vuol dire che sei il più figo”, certamente c’è ma non mi è ancora capitato tra le mani. L’ultimo che ho letto, in realtà, descriveva la condizione di disagio psicologico di chi nasce in provincia, che è come un marchio di sfiga, una roba da cui non ti liberi mai più, nemmeno se vai a vivere a Milano e hai successo, uè, figa. Era un articolo molto brutto.

L’altro giorno guidavo in autostrada, in quel pezzo della A4 che è l’ultimo ad avere campagna intorno prima delle industrie e dei capannoni della Brianza, o almeno una parvenza di campagna: le colline erano colorate di quel verde lancinante che hanno le foglie d’aprile, come colate nella luce di fine sera, l’ora dorata – dicono si chiami – l’ora dorata si schiantava sulle colline presso una delle uscite dopo Brescia che nessuno ricorda in ordine, che nessuno sa perchè. C’era – sopra le colline – una nuvola a forma di coniglio che filtrava come il pianto di una di quelle divinità che abbiamo smesso di venerare, o meglio un sospiro.

Così mi sono fermata in una piazzola di sosta per osservare questi fenomeni senza distrarmi troppo dalla guida, proprio davanti ad una berlina nera marca BMW, nella quale un signore del tutto distinto si adoperava con una certa perizia a fare un pompino ad un uomo molto, molto grande.    

Sono scesa dalla macchina, ho appoggiato le braccia incrociate sul guard rail, ho acceso una sigaretta.

La nuvola a forma di coniglio aveva assunto tutt’altre sembianze, ma io sono quasi priva di capacità di astrazione, non so capire come sarà una stanza vuota una volta riempita di mobili, non so disegnare qualcosa che non ho davanti, non so trovare le forme alle cose. I nomi sì, ma quella è un’altra questione.

La nuvola di ex coniglio era un ammasso di panna e schiuma nel cielo incendiato di rosa, di una bellezza così inutile e abbagliante da ulcerare almeno gli strati superficiali dell’epidermide, ed io ho pensato con talmente tanta forza:

come vorrei che fossi qui

che questo pensiero, cadendomi fuori dal cuore, ha fatto rumore. Ha fatto il rumore di un tuono, o di qualcosa che si sgretola, o di uno specchio antico in una stanza vecchia e polverosa che – da solo – scivola sul pavimento e si frantuma.

Ma io sono abbastanza abituata alle mie sinestesie, e comunque i camion continuavano a passare senza sosta, come carrozzoni di desideri inconfessabili, dietro le mie spalle. Io non mi sono girata a guardarli, neanche una volta. Ho buttato la sigaretta, proprio mentre il signore distinto scendeva dalla macchina e si appoggiava al guard rail di fianco a me.

Ne ha una? mi chiede e io gliela porgo con un gesto fin troppo naturale, come fosse un amico.

Mi dice: è Orfeo, che perde Euridice di curiosità. E intende la nuvola, lo dice guardando la nuvola, indicandola con il dito ed io lo seguo come un pennarello, il suo dito disegna nella nuvola una storia antica di cui non avevo più memoria. Lo guardo, sorrido.

Poi noto le pupille verticali, come quelle di una capra, e capisco che è un povero diavolo. Gli dico: guardi, mi spiace ma io davvero detesto parlare coi diavoli, hanno sempre qualcosa da vendermi di cui non ho davvero bisogno e a me spiace rispondere male, come con la gente dei call center che ti chiama e ti rompe i coglioni e tu vuoi odiarli ma sai anche che stanno solo facendo il loro lavoro e che il problema non sono veramente loro ma il capitale.

Mi sorride anche lui, e si vede che è stanco. Dice, non si preoccupi, sono in pausa, poi sono appena arrivato dalla Russia, ormai ci stanno dispacciando tutti qui da voi, questioni di razionalizzazione delle risorse, hanno un sacco di lavoro ma si rifiutano di assumere, cosa vuole mai, comunque alla fine son contento, è quasi una promozione e poi mi piace molto di più qui.

Ah, beh, benvenuto allora; certo, qui c’è un tempo molto migliore, dico. Lui mi guarda come se fossi un curioso oggetto ornamentale appeso allo specchietto retrovisore e dice, principalmente è per il cibo, qui si mangia meglio. Ah, beh, certo e mi fa sentire un po’ sciocca, un po’ naif. Come non mi sento mai, ed è piacevole.

Così restiamo fermi, senza parlarci perché non abbiamo davvero niente da dirci. Stiamo fermi a guardare la luce colare via dalle colline, la nostra nuvola respirare. Lui ogni tanto alza il dito e ci disegna sopra nuove storie, me le mostra con la punta del suo dito e mi sorride sornione. Io batto le mani come una bambina.

Poi, quando già il crepuscolo era scemato nell’imbrunire, si gira, mi pianta le sue iridi gialle addosso ed è serio, all’improvviso dice: guardi, le è caduto un pensiero prima e so che non sono fatti miei, ma queste cose non dovrebbero succederle, queste cose se succedono non portano mai a niente di buono.

Io mi rendo conto di aver freddo, stringo forte il maglione intorno al seno, mi abbraccio, lo guardo con tutta l’onestà di cui sono capace, rispondo: lo so.

Lui annuisce, ha capito che mi porto addosso la saggezza antica dei neonati, che ho già vissuto tutte le mie morti e che tu non sei che un pretesto, sei soltanto l’ennesimo pretesto per non

sentirmi

abbastanza

mai.

Ha capito che – anche se non ora, anche se non con lui – sono una che scenderà a patti, prima o poi.

Mi saluta con un gesto quasi militare, lo vedo sparire tra le macerie della sera, tra lo stridore dei fanali.

Io mi accendo un’altra sigaretta con la prima stella della notte e ho la certezza che per salvarmi basta poco, basta tanto così.

Ho la certezza che – anche se oggi non ce l’ho fatta – domani ci riesco. Lo giuro.

Tre api

– I –

In un giorno qualsiasi del perfido Aprile

i draghi incendiavano i campi di colza

io me ne stavo sdraiata a guardarla

come una benedizione che non mi riguarda.

.

Il cielo era un pianto ricamato

al tombolo, e neri gli insetti

gettavano intorno il rumore

assordante del nome di Dio,

io ero sul punto

di afferrare qualcosa

di scivoloso

di segreto

di vero

l’aria restava in immobile abbraccio,

ogni cosa portava l’odore del pane.

.

Allora le api hanno iniziato a parlare

chiedendo favori in lingue universali

temevano estinzioni a causa degli umani,

correvano ai ripari,

imploravano asilo

al mio occhio sinistro

.

ho solo lacrime, ho detto

basteranno, hanno detto.

.

Così ne ho accolte tre.

– II –

La prima ape era una bambina

che giocava a campana, da sola, in un cortile,

cercava azioni – tra le ferite nelle mani – ancora

nubili da conseguenze e devozioni,

armava i margini di tutte le sue cose

per allenarle alla distanza tra il destino e il coraggio,

si nascondeva agli angoli di ogni velleità,

sorrideva

spesso e col respiro stanco di chi ha corso fino

a spaccarsi il petto

non per scappare,

ma per disfarsi il cuore.

.

La seconda ape era un dolore antico

il lento invecchiare che accompagna la carne

a frollarsi, i giorni ad assomigliarsi gli uni agli altri

senza alcuna passione o attrattiva

tranne il miraggio delle ferie d’agosto,

il passo strascicato di un’anima

in cui hanno smesso di esplodere ginestre,

l’amore quando si scioglie in affetto e il pianto secco

delle sere in devozione alle decisioni codarde,

l’educazione quotidiana al disconoscersi e

l’abitudine a dimenticarsi di sè.

.

La terza ape era la regina,

una ruga infinita nelle pieghe del tempo,

era un miraggio più nero del Nulla,

il vuoto tragico di notti eterne e congelate,

lo spazio immobile in cui il suono non passa

il tempo non esiste, le stelle nascono e muoiono

di eternità in eternità, ad espandersi e contrarsi

fino all’attimo, l’unico che conta,

in cui è stata pronunciata la Parola

e tutto si è annottato

e tutto si è aggiornato

ed ogni cosa è venuta ad esistenza

e cesserà di esistere.

.

Così le api hanno abitato il mio occhio, ed il mio occhio

ha compreso l’infinito e proprio al centro

ho visto te, con le tue zanne bianche e

le vene di mercurio, nella notte che non finisce

ad aspettarmi

l’universo intorno

si stagliava

nudo e innegabile e puro

ed al tuo posto, nel mio posto,

io sono stata, per un’istante: completa.

– III –

Poi una signora alle poste ha urlato in modo penetrante,

mi è stato detto che questa roba delle api

era inquietante e brutta da vedere

ma soprattutto impressionava i bambini sul tram

quasi più della teoria gender.

.

Mi hanno condotto in un ospedale di provincia,

dove un dottore koreano dal nome cafonico

le ha rimosse con una specie di pennino,

le ha schiacciate una ad una con la punta delle dita

le ha gettate in un cestino.

.

Ed ho dovuto smettere di essere infinito,

son tornata a casa col tram senza

creare disagio a nessun bambino

ora ho più sonno, e non ho altro

da fare che aspettar Maggio

per ricordarmi, un’altra volta, d’esser sola.

.

Ma, se ci penso, alla fine non m’importa

ora ho capito.

Sono ancora in tempo,

ogni sogno è degno,

la fine, a ben guardare,

non è che un’opinione.

Satie

Dalle finestre crolla limpida la luce del mattino
dentro alla stanza irrigata
di bianco
io rimango
trafitta ad osservare
il soffitto silenzioso sciorinare i suoi segreti

Sento i suoi occhi muti
soppesarmi cautamente
con la condanna tipica
di certi sguardi di mio padre.
Nuda e
fredda e
vuota e
immobile io
affronto l’inquisizione della mia camera da letto.

Come tanti altri prima, è un esame che fallisco
e come pena
o richiesta d’espiazione,
tutto s’appanna e le cose cominciano
implacabili a riflettere
ad uno ad uno:
i volti degli amanti
le schiene dei passanti, i pianti
soffocati nel cuscino e i tanti
che ho scagliato a gola aperta
in faccia alla luna, come quei vecchi canti
di pastori erranti per l’Asia nei sogni degli storpi.

Ci sono occhi straripanti e floridi, resuscitati
dai pianeti passati, da Marte e Venere ed ogni luna di Giove
su cui ci siamo attardati a far l’amore per poi arrivare
spossati ad ogni altro successivo appuntamento,
gli assetati angoli di pelle che ho finito ad inondare
irrispettosa
e inattesa
e disarginata
le foreste e i boschi dove sono rimasta invischiata
come Odisseo, le seducenti rene di ogni Ogigia
da cui non sono scappata in tempo e i
mutilati
che ho lasciato al mio passaggio io,
monatto
incosciente
o immune
o impavido
e tutti i Miei a
schiantarsi
sordi e freddi intorno, sul pavimento,
come le cimici verdi a gennaio

C’è la tua faccia
trasfigurata di biasimo e dolore
e l’ultima cosa che m’hai detto:
tu mi hai rubato il cuore
e lo sapevi
e quindi
avresti dovuto proteggermi.

C’è il peso di essermi addosso e
di dovermi rendere comunque felice
nonostante i fantasmi
nonostante gli spasmi della mia anima violenta
nonostante se te lo chiedessi tu diresti che non me lo merito
nonostante questo principalmente
ridere veleggiando sulla vita come il profumo di una
bella notte o una donna d’aprile
c’è il peso di essermi immutabile e sentirvi addosso
come un’ammonizione
e nonostante questo
principalmente
ridere
di
me
senza afflizione

Poi una chiave gira nella porta, io
mi giro da un lato come una chiave nella porta,
mia figlia mi dice che è sera, che devo cucinare
perchè sei a letto ancora?
Niente amore,
ho un po’ d’influenza,
vatti a far la doccia, fra mezz’ora è pronto.

Qualcuno ha nomi clinici per questo
io mi accontento di un vecchio vinile
di mio nonno
quando succede
lascio che il tempo che perdo mi torni.
Da qualche parte, dentro,
a ricompormi le vene di luce
Ciccolini senza fretta
scandisce Satie.

Melagrane

La fame aprì i porti, tagliò i ponti
urlò al lupo, consumò i suoi vizi
come il mio, un Pinot Nero dei colli di Cesena
dove ho un amico, che dalla vita s’aspettava un po’ di più.

Le ragazze mi scivolano intorno, come un nemico
e gli uomini, in genere, di me hanno paura
ma poco importa perchè io so trovare i sogni pari,
nelle melagrane, e ballare coi bimbi, a volte anche cantare.

Non ho ricordi
tranne quelli che mi annoto
e pure quelli, molto spesso, li perdo

Ma sopra tutto ho ben chiaro il deserto
e il tuo sapore, quando sorridi
e contro al buio, nel buio, mi cerchi.

Lettera ad un poeta

Egr. Dott. Ladolfi,

noi non ci conosciamo personalmente, e questo è il motivo per il quale mi trovo oggi a scriverle questa lettera, invece di parlarle al telefono. Se fossimo stati amici – mi creda – io l’avrei fatto già stamane. Lei si sarebbe svegliato con un mio messaggio di urla furibonde e strepiti aguzzi, e se fossimo stati amici, se lo sarebbe persino aspettato.

Quindi avrebbe riso, allontanato il telefono dall’orecchio a causa delle mie urla, immaginandomi arrabbiata, con i piccoli pugni che mi ritrovo lanciati in aria e la vocetta isterica. Presumibilmente avrebbe aspettato qualche ora a richiamarmi – perché a volte è opportuno farmi sbollentare come i pomodori prima della conserva – ma poi l’avrebbe fatto, mi avrebbe richiamata, e io avrei urlato (ma con meno aceto tra i capelli) e lei mi avrebbe detto, dai vediamoci, e io avrei detto ok e dall’assenza di acciaio nella k finale lei avrebbe certamente dedotto che le volevo ancora bene, e quindi ci saremmo trovati davanti ad un caffè, un gin tonic, una pastasciutta, un non so che, per dirimere la questione e parlarne fino a mattino.

Purtroppo, amici non lo siamo (o non lo siamo ancora; e quello che separa il non dal non ancora, lo diranno il tempo, le circostanze e la storia). Quindi eccomi qui, a dirle che:

mi ha fatto arrabbiare.

Un bel po’ arrabbiare.  In particolare, il suo articolo “La triste stagione dell’arrogante dilettantismo poetico“, mi ha fatto veramente arrabbiare, già dal titolo guardi.

Riassumiamolo.

Casus belli è l’intervista rilasciata da Simone Savogin a Severino Colombo su La Lettura: partendo da un paio di affermazioni fatte da Simone, lei individua un problema che riguarda: misura, pretese, consapevolezza.

Ma non tanto di Simone eh. Non è che lei stia dicendo: Simone Savogin è un po’ un cucù perché ha scritto e detto questo e quest’altro, anche perché in quel caso sarebbe stata una faccenda tra voi due, come quando litigo con mia figlia che mi viene a rubare il bagnoschiuma dalla doccia, una roba da decidere voi se risolverla o meno, una cosa comunque estranea a me, prossima ma non personale.

E invece no. Lei allarga proprio il discorso a praticamente tutti, tutti quelli che performano poesie o partecipano ai Poetry Slam, o addirittura possiedono un profilo Facebook o Instagram, in un’ondata talmente generale e generalista da includere anche la sottoscritta.

Secondo la sua tesi, infatti, la micidiale combinata di:

nuove tecnologie sociali + sdoganamento del verso libero

ha contribuito a partorire una specie di chimera o meglio: un orrendo golem, incosciente, insipido, irrilevante (forse persino peloso, s’azzarderebbe a dire qualcuno). L'”acapista”. Che è proprio un bel nome, questo devo riconoscerlo.

Già dal nome infatti, uno se lo figura l’Acapista – nullafacente e avvinazzato – giovane disdicevole intento a vomitare versi di sconcertante banalità in faccia ad annoiate ragazze mezze nude, seduto sul bordo di una promiscua piscina di un resort che una volta si poteva definire di lusso, sulla costa pacifica del Messico. Ed è – infatti – proprio così che ci campa, l’acapista; vuoto di qualsiasi cosa, esso si trascina viscidello e verminoso nei vicoli scrostati di certe pagine Facebook con l’unica qualità, se così si può chiamare, d’aver a suo modo padroneggiato l’infima arte dell’accattonaggio compulsivo di likes emozionali.

È, per lei, Simone Savogin un acapista?

Boh, non è che si capisca tanto bene, certamente è un dilettante e per questo, arrogante. E lo è non già per via di un curriculum anoressico o altre manchevolezze accademiche. È dilettante perché se lo dice da solo: “L’idea è di arrivare a più persone, non autoghettizzarsi, e neppure scrivere per i “lettoroni” della “poesiona”. Non sei tu a dare valore a quello che scrivi, lo dà chi legge o ascolta, sono loro a decidere”. E in più, non pago, aggiunge: “non mi sono mai definito un poeta, ma ho delle cose da dire”.

Ora, credo che questa sia stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso, vero?

E forse non ha neanche tutti i torti, immagino che lei si sia un po’ sentito colpito da quelle virgolette, le virgolette fanno un po’ male. Solo che – invece di andare a chiederne conto a Simone – diciamo prosaicamente che, a questo punto, sbiella.

Perchè, lei ci dice: la poesia è una roba difficile. È una roba di sacrificio, confronto, studio, correzione, precisione. Non è roba da pressapochisti. Savogin, non solo non si capisce cosa faccia della sua vita se non andare a vincere campionati nazionali di Poetry Slam, ma non contento ha pure attirato l’attenzione del mostro mediatico su una cosa che LUI potrà anche non chiamare poesia, ma voi sì, voi nelle accademie sì che la chiamate poesia, e ci avete perso fatica, e ci avete perso anni ed ora, metti che ci girano i soldi, che si fa ora di voi?

E non è una domanda peregrina, Dott. Landolfi, non è mica una domanda peregrina.

Solo: bastava porla.

Invece lei non pone domande. Proclama, e lo fa in un modo apodittico e categorico e – anche, mi perdoni – scientificamente scorretto.  

Ci sono proclami che mi hanno fatto scattare i nervi, altri che mi hanno profondamente rattristata. Ci sono, poi, questioni su cui invece credo che lei abbia ragione. In realtà, potrebbe averli già intuiti ma, dal momento che la comunicazione nel mondo dei social non è facile, glieli espongo bene benino. O vabbè, se proprio non ben benino, diciamo al meglio che posso:

1) Io Savogin ho avuto il piacere di conoscerlo, e quindi su questo potrei essere un po’ più suscettibile del dovuto, PUR TUTTAVIA, lasci che le dica che:

è certamente possibile criticare l’opera creativa di un artista, anche con parole aspre e dure, anche con le parole più aspre e dure mai proferite, anche con parole talmente aspre e dure da essere rimaste incastrate presso Dio, al principio.

Non è possibile, anzi è proprio sbagliato, dare un giudizio critico (anche laddove questo fosse positivo) sull’opera creativa di un artista PRESCINDENDO DALLA SUA OPERA.

No, dai, no.

Non si prescinde dal testo.

Se si vuole dire che uno è un dilettante, facilone, accalappiatore, Acapista o apericena che sia, se si vuole dire qualsiasi cosa dell’opera di un artista s i p a r t e d a l t e s t o. Si prende il testo di Savogin e lo si analizza e si dice, guarda questa roba fa schifo Savogin, fattene una ragione.

E invece niente viene completamente bypassata, l’opera poetica di Savogin Simone – Poetry Slammer.

Ma non solo la sua. Sorvolando agilmente sul “CHE COSA”, lei getta discredito su un’intera categoria. Lei ha una considerazione altamente negativa dello strumento della performance, dello slam. Talmente negativa da considerarla assiomatica, e da farne addirittura discendere alcuni corollari: che il Performer (proprio in quanto tale) DEVE PER CIO’ ESSERE superficiale, improvvisato, dilettante, alla ricerca di successo e visibilità a tutti i costi ed ignorare certamente la metrica.

A causa dell’essere Performer.

Il Poetry Slam, la televisione, il social network (che boh, Simone lo usa pochissimo, ma credo sia ininfluente) sono, nell’universo da lei così efficacemente descritto sulle colonnette dell’Avvenire, dei veri e propri Peccati Originali, sono buchi neri che assorbono – nel silenzio agghiacciante del nulla – le parole di Savogin Simone, poeta, rendendole assolutamente inconferenti. E trascinando nella sua critica, a valanga, tutti coloro che hanno mai pensato di performare un proprio testo in uno Slam.

Ecco, guardi, questa cosa mi ha fatto arrabbiare.

Mi ha fatto arrabbiare più di tutto, perché è un errore metodologico quasi imperdonabile, in un articolo che si pone dalla parte dell’accademia, della scienza poetica, dell’autorevolezza.

2) C’è poi un’altra questioncina epistemologica.

I social network, la performance, il Poetry Slam hanno elementi in comune: sono veicoli di divulgazione della parola poetica.

Quindi: il testo poetico viene composto dal proprio autore che – POI – avrà la possibilità di scegliere la modalità con cui intende divulgarlo. La storia ci ha dato tanti esempi: qualcuno ha lasciato tutto ordinatamente raccolto in scatole da scarpe sotto il proprio letto, qualcuno usciva per strada e salmodiava incessantemente, qualcuno scriveva le proprie parole con la china sulla schiena delle prostitute, qualcuno le ululava alla luna nuova.

La maggiorparte, tuttavia, propende per una delle due: lavorare sul testo esclusivamente scritto, ovvero passare (anche) alla performance. Se lo chiedesse a me, le direi che non c’è mutua esclusività, tra le due ultime scelte, ma la mia opinione – è acclarato ed implicito – non vale granchè.

Il Poetry Slam è un escamotage, un contenitore rodato – quello che si chiama “format” – che i diversi poeti performer utilizzano per creare, alla fine della serata, uno “spettacolo” che è – in sè – un’opera d’arte, unica ed irripetibile. Grazie ad alcuni accorgimenti, migliorati nel corso degli anni dalle anime belle e dai professionisti che ci hanno gravitato attorno, consente di far restare per pressappoco due ore un numero variabile di persone sedute ad ascoltare brevi performance poetiche, sommandole una dopo l’altra, e consentendo l’ingresso attivo del pubblico mediante il meccanismo del voto.  

Fine.

IN QUESTO ORDINE. Prima viene la creazione dell’opera poetica. La decisione sulle modalità di divulgazione è necessariamente, ontologicamente, successiva. Se l’opera poetica è valida, è valida a prescindere dalla forma di divulgazione scelta dal poeta. Vero è, tuttavia, che chi sceglie di performare il proprio testo deve aggiungere qualcosa. E mi creda, si tratta proprio di aggiungere, non di togliere. È una diversa caratteristica, parallela – se vogliamo. È qualcosa che si trova da qualche parte dentro, talmente in fondo che andarlo a cercare è difficile e spesso pauroso.

Al contrario: lei sposta il patatrac esistenziale già al momento della creazione dell’opera poetica, presupponendo che il “Poetry Slam” (una specie di malattia contagiosa ed incurabile) vada a incidere sull’atto creativo stesso, anzi, lo vada ad infettare indelebilmente. E che per ciò, per il fatto stesso che l’idea di poesia sia stata generata in contaminazione con quella di Poetry Slam, essa sia marcia dentro. Marcia al punto che l’opera generata con tale stigma deve per forza essere talmente priva di valore da non meritare nemmeno di essere letta. O ascoltata.

Questa cosa mi ha reso triste.

Mi ha reso triste perchè implica una chiusura, la rovina di un ponte, implica come che io me ne sto sull’Île de la Cité e la guardo, dall’altra parte della Senna, a Saint Germain, e lei mi guarda a sua volta ma non mi saluta con la mano, come se non ci fosse più il Pont Neuf cosa farebbero gli innamorati senza i ponti sulla Senna, senza Parigi, senza me e senza lei, guardi io non amo i fiumi senza ponti, o le persone senza dialogo, o i poeti senza amore.

Questo mi porta a

3) le cose su cui credo abbia ragione.

Ci sono istanze, che lei pone in modo – mi perdoni  – un po’ confuso e un po’ in mezzo alle altre che fanno arrabbiare e rattristare e risucchiano l’amore, però queste istanze non possono essere liquidate con un cenno veloce della mano sul sopracciglio, come un cavallo scaccia via una mosca nel caldo soffocante d’agosto.

Anzi, noi tutti dovremmo rifletterci seriamente.

L’uso dei social network, per iniziare. Dove finisce la legittima divulgazione e promozione della propria opera (immagino che il suo livello sia decisamente basso, io magari sto un po’ più in su ma non troppo) sul social network e si diventa Acapisti (laddove per me la definizione è la seguente: Gio Evan)?

E anche senza diventare Acapisti in toto, ci sono istanze acapiste in quello che scriviamo? Ci capita mai di udire la sirena della condivisione, del like facile, mentre scriviamo (o più facilmente, mentre correggiamo)?  Riusciamo a difenderci? Chi ci lega stretti stretti all’albero maestro per evitarci di venire divorati?

Certo, è una questione di autocontrollo (e di autostima), quella di esercitare consapevolmente la violenza artistica in vece che cedere alle lusinghe del “like emozionale”. Ma è giusto davvero che sia così? Non è forse questo il compito dei critici, quelli che dovrebbero dirmi: guarda, belle le tue cose eh, però sei piaciona che fai schifo quindi per me è no?

Non so, forse. Forse, lo chiedo a lei.

Poi: Lo Slam.

Come le dicevo, con lo Slam – così come con le performance – si crea un rapporto diretto col pubblico. Un rapporto che, è acuito da quel sistema di votazione che è però solo un escamotage, un meccanismo per far sentire il pubblico partecipe, per catturare l’attenzione in un mondo in cui tutto il resto è pensato e ideato e concepito per distrarre.  E – mi creda – funziona in modo sbalorditivo.

Dopo l’ultimo Slam a cui ho partecipato un ragazzo che non conosco e non rivedrò mai più, mi ha detto: la cosa che ho trovato più assurda di questa sera è che, per le prime tre poesie non si capiva molto, c’era confusione, la gente chiacchierava al bar. Poi, è come se si fosse spezzato qualcosa. Non volava più una mosca, erano tutti girati a guardarvi.

E quest’energia, si sente. Anzi, è più di sentire, è come una mano, mille mani che accarezzano i punti più nascosti delle vene, quelle dove non c’è amante, non c’è lingua che possa arrivare. Non nascondo, può diventare una droga. Può succedere di cadere nella trappola dell’approvazione, può accadere, l’ho visto accadere, che ci siano performer che fanno calcoli sociologici sugli astanti cercando la cosa più accattivante da fare.

E questo è sbagliato. Perché se si cerca il consenso si cerca l’approvazione, e l’approvazione non è amica dell’avanguardia, della sperimentazione, dell’innovazione nelle forme, nei linguaggi.

Si tratta – però – di una deriva, non certo della norma. La norma è che quel confronto, che lei cita tra le essenzialità del poeta, quel confronto gli slammer riescono ad averlo ogni volta che performano, sul palco e sotto il palco: è tutto un parlare di poesia e parole e gestualità. È essenziale, e opportuno, e – per usare un aggettivo un po’ abusato e adatto – bello.

Il pubblico: che cosa pensiamo del pubblico, del lettore, del ricevente l’opera poetica?

La performance, presuppone – in modo molto più vicino e viscerale rispetto al testo scritto – la presenza di un recipiente: l’audience, il pubblico, l’ascoltatore occasionale. Così come la poesia scritta può essere letta in modo più o meno consapevole, allo stesso modo funziona con la performance. L’orecchio dello spettatore percepisce “qualcosa”, e la quantità di quel qualcosa è differente da persona a persona, ed è frutto di tante considerazioni differenti, ma questo lei lo sa.

Io trovo sbagliato partire dal presupposto che per forza di cose chi incontra il favore del pubblico deve aver abbassato il livello al punto tale da piacergli. Non è vero. La gente non è scema solo perchè è gente.

È  sbagliato pensarlo, ed è triste e deprimente (e ci si perdono pure le elezioni).

Come trovo sbagliato prendere il favore del pubblico come metro di giudizio, unico ed insindacabile.

Possiamo ragionarne, possiamo discuterne, possiamo confrontarci su questo tema?

E sì, alcuni performer, alcuni partecipanti agli slam sono dilettanti. Io sono dilettante. I dilettanti ci sono in qualsiasi sistema, laddove qualcuno inizia e qualcuno finisce. Ma come sarebbe concettualmente sbagliato dire che la poesia performativa ha spazzato via e ucciso la poesia d’accademia (e – lo ripeto – SAREBBE SBAGLIATO dirlo e anche pensarlo), allo stesso modo lei può ben capire che tacciare una intera categoria – peraltro, sbagliando a tracciare i confini della stessa, come sopra evidenziato – di dilettantismo ed arroganza, beh, non è proprio un’offerta di dialogo, ecco.

I maestri, i miei maestri, ci sono.

Lei li legga, se le fa piacere. Li venga a vedere. Vedrà, si riconoscono alla prima sillaba.

Vedrà come sono riusciti, con la sola forza delle loro parole, del loro impegno, delle loro idee a costruire un mondo solido di divulgazione culturale.

Così come vedrà che si siedono a bere le birre con noi dilettanti, e ci tengono le braccia alzate per farci vedere come si fa, e a volte – persino – quando caschiamo ci prendono in spalla per un poco, almeno finché non siamo pronti a rimetterci in piedi. Che fanno esattamente quello che lei dice dovrebbe fare un poeta: quotidianamente si aggiornano, scrivono, si confrontano, sperimentano, creano, presentano, presenziano, insegnano. E noi li stiamo a guardare.

Vedrà: l’arroganza, se c’è, non vive certo ai Poetry Slam.

Non c’è niente di apodittico nel mondo, figuriamoci nel mondo dell’arte. E nessuno sta dicendo che gli autori di poesia performativa devono necessariamente diventare i suoi preferiti.

Però, sto dicendo, potremmo cominciare a partire dai testi. Dal rispetto reciproco. Dalla curiosità.

Ecco, dott. Ladolfi.

Io spero non si offenda per le mie parole, come io non mi sono offesa per le sue. Però può arrabbiarsi, e anche rattristarsi, se vuole. Ma magari poi, quando le passa, ne possiamo riparlare, mi creda, mi farebbe davvero piacere – per quanto indegna interlocutrice io possa sembrarle.

Però è sempre così che si esce dai sotterranei della linea Maginot: uno scalino alla volta.  

E magari, chissà, finiremo persino a ritirare su il Pont Neuf, pezzettino per pezzettino, non si preoccupi, le vengo incontro io, che è pure primavera, e niente è bello come chiacchierare passeggiando per le strade di Parigi, a primavera.

Gelicidio

Anche quando è incagliato
nella nebbia immota di gennaio
io riesco a sentire il tramonto
come un sintomo
o una simpatia
perciò, falena attratta da una torcia,
esco a camminare
nel crepuscolo schiantato di freddo

Per strada l’umido ha incrostato qualsiasi
superficie calpestabile
tutti si affrettano nell’ultimo scampolo di giorno
intorno ai colli di pelo
e alle buste della spesa
bassi passeggini alti passeggini
hanno tutti dei bambini
e vomito sulla maglietta,
chissà probabilmente è quello
che gli tiene caldo il cuore

Al contrario del mio
meteoropatico
che silenzioso aspetta
chissà quale primavera

E così me ne vado di casa in casa
di porta in porta
nell’assordante silenzio
della mia cassa toracica

Non so mentire
e se me lo chiedessi ti direi:
guarda
per te io
ho solo carne
chilometri e chilometri di carne
morbida da mangiare
profumata da scartare
dai bozzoli di calzamaglie rapprese
e montagne a cui appendersi
appena prima di dormire
appena prima di ricordarsi che fuori piove
sono una pipa d’oppio
da succhiare in mezzo ai denti
dimentica di me
posso farti dimenticare
da dove vieni
e quando vieni
che cosa stai cercando

Questo ho da dare
ed è molto più di quanto
tanti altri possono offrire.
Il resto no
non lo so più trovare

Ma se domani
il caso
che muove il mondo e le altre cose
per gentile concessione
volesse mai restituir l’estate
a noi appassiti
figli dell’estate
con la sua aria sfatta e gravida
di pollini e promesse
se sarà estate
per me ancora
io ti giuro
proverò
a cucirmi il cuore fuori dal petto

E ne farò talee
ed esplosioni
e crescerà come una rosa di maggio
e il rosso e il fuoco
e sarà enorme
e rigoglioso
e limpido
e sarà pronto
e sarà tuo

Sotto l’ombra di un bel fior

L’autunno si schianta sulle cose
e i poeti escono dal letargo
dopo le foto di ginocchia sul bagnasciuga
dopo tutte le parole brutte
come bagnasciuga
e i concerti di Coez
all’Arena
a cui non sono andata, ma senza dispiacermi

Dopo i roghi dei libri
senza fuochi
né libri
perché ormai non ci sono più segni tangibili
di nessun tipo di cosa
è tutto nascosto oltre il visibile
come un tumore
o la Libia
anche delle eclissi di luna
ognuno si cura poco
perché fare le foto
al buco della notte che c’è al posto della luna
non è che proprio ti faccia prendere i big likes

Dopo i matrimoni con i charter dedicati
e le stories dai paesi lontani
dopo la diarrea
e i calamari
io mi ricordo 24 maggio
quando tornavo a casa facendo il giro lungo
prima della nuova modernità
mi ricordo Milano
quando era solo una città
ora è un baluardo
dicono
Io non ci abito più

Dopo la gente incatenata sulle navi
ma solo quando le navi
arrivavano in campagna elettorale
e sotto le navi gli arancini
e intorno agli arancini le persone a litigare fra loro
su chi fra loro abbia maggior diritto di essere lì
a sventolare gli arancini
e altre persone ma con meno arancini e più manganelli
e molti giornalisti
e le televisioni
e Catania
e il mare
e il deserto del Maghreb
e i tuareg nel deserto del Maghreb
e molto più lontano da qualche parte
la scatola di sabbia
e forse una guerra civile

Dopo gli squadristi in spiaggia
e i morti in Liguria
alla prima pioggia
dopo che la gente
muore ancora per la pioggia
in questo paese che ci si sfalda sotto gli occhi
così come l’estate ci muore intorno
tutti guardano altrove
perché la Nazione
ha ritrovato la sua direzione

E ovviamente è la più sbagliata

In questa
estate in cui
Avrei dovuto trovare le parole
io non l’ho fatto
Perché sono fragile
non ho costanza o vocazione
e in buona sostanza
mi son fatta distrarre
da tutti gli amori non ricambiati
dai piedi dei ragazzi nella sabbia
dalle gambe nelle minigonne
mi sono fatta distrarre
da te che non eri un fuoco
ma un accendino
quando chiunque ora
svapa

In questa estate io
non ho detto
nessuna parola
sono rimasta in secondo piano
come un affresco o un bassorilievo
con la netta consapevolezza
che sto sprecando tempo
che sto sprecando fiato
che dovrei usare le parole e il fiato
per invertire la rotta
per ritrovare la strada
per evitare di svegliarmi
in montagna a dover intonare canzoni di guerra
ma senza fiori
Perché i fiori sono una cosa vera
Come scrivere sui quaderni incrostati di fango
Come la guerra
Come la fame
Come la morte
in montagna
per la libertà e
Nessuno qui è pronto a morire per la libertà

Lorenzo ’94

Quando te ne sei andato
io mi sono come impoltigliata
e tutto intorno s’è confuso, le strade – tutte – contorte
i sapori frastagliati, i rumori
come agghindati, come i contorni, sfondati
come in mezzo all’oceano io
respiravo acqua tossendo fantasmi
guardando l’acqua della vasca da bagno colare giù dal
soffitto piangevo vodka
come una Madonna
Sudavo
Sangue
e non riuscivo a fare altro
che camminare. Peraltro, camminando spesso inciampavo
perchè mi penzolavi fuori dal polpaccio sinistro
come un osso rotto (quando te ne sei andato) tu
mi sei rimasto incagliato
nello sterno
come un iceberg nel Titanic.

Quando non ci sei stato più
io sono rimasta come impigliata
tra il tempo in cui c’eri
e il nuovo adesso, quello silenzioso,
quello del silenzio la sera davanti alla finestra
sono rimasta
ogni sera
davanti alla finestra
arrotolata nel silenzio
ma senza accendere la tele
un riflesso, il mio riflesso, come un manichino
nudo e solo la finestra davanti
ma senza un fuori
sono rimasta indietro a me stessa,
l’ombra di un presentimento
quando non ci sei stato più
io mi son trovata incompiuta
come la Rivoluzione Comunista
o una dieta troppo rigida

Quando ho imparato la tua assenza
con le dita – da sola –
è stato intorno alle cose che non si possono fare da sole
come la spesa
o i bucati,
e in controluce, a ben guardare,
gli angoli hanno iniziato a rimarginarsi, come le ferite,
come per inerzia i sassi hanno ripreso a rotolare
lungo le colline dei miei fianchi
ho smesso di inciampare
io  
ho ripreso ad inciampare solo per distrazione
e i profumi e forse c’è stata anche qualche primavera
c’eri soltanto – sempre –
come una di quelle canzoni che non ti piacciono ma restano
nell’orecchio, incastrate,
tu eri non più carne ma i ricordi ed un tempo indefinito
che mi è stato asportato, che mi hanno raschiato via
c’eri soltanto
nel nostro tempo abortito

Quando mi sono trovata a ridere
di nuovo ti ho cercato
e un po’ ci ho messo, a ritrovarti,
nell’ippocampo
ti sei arenato, nella memoria, ti conosco a memoria
come tutti i testi di Lorenzo ’94,
senza volerlo senza coscienza
sei rimasto embeddato
nella mia carne
il ricordo di
te è nella mia carne
come il peccato originale
Sai? Non mi manchi più
solo a volte
soprattutto quando cala la sera
ci penso e penso
che mi manco io,
com’ero prima di te
com’ero prima del dolore
come vorrei che mi trovasse chi
da qualche parte aspetta
me
chi per diritto spetta a me e non si
merita di trovarmi già
spezzata

Virginia

La porta in legno cigola affranta dietro lo schianto 

di un altro avventore, mentre fuori la notte 

scuote i fianchi appesantiti dalla nebbia

come i miei dopo le feste

 

Una goccia di condensa scivola sconsolata lungo la vetrata 

e visti da fuori potremmo anche sembrare 

in qualche modo felici, incastonati nei banconi

mentre le ragazze ridono scricchiolii striduli 

tra i cappotti di pelliccia e le boiserie 

e i tarallucci vengono masticati ed ingoiati

nei controtempi dei silenzi

che qualcuno, per un attimo, s’è scordato di riempire

 

è sempre tutto molto più facile di come sembra

in special modo parlare senza dire

assolutamente niente

mettere senza aggiungere

respirare senza 

vivere, a nessuno dei presenti interessa di 

Lina che ha preso il suo terzo cane

                (uno per ogni tradimento)

Claudia che è incinta 

                (chissà poi di chi)

Ida che addobba casa, ma senza alcun gusto

                (se solo volesse scaricarsi Pinterest)

eppure tutti ci stringiamo intorno a loro e di loro

soltanto parliamo come se

fosse importante 

come dipendesse

da noi

 

Son discorsi leggeri

mi vien detto

capito? Leggeri

ed io non mi spiego come mai allora

ogni parola 

pronunciata senza

                ragione

                                intenzione

                                               significato

mi possa pesare al collo come un sasso ogni parola 

è un sasso nella tasca del cappotto ed io ci colo dentro 

frase dopo frase affondo sempre più nella sedia

scivolo sempre più nel bicchiere

fino a sentire l’acqua gelida passare dai polmoni al naso

come Jeff che se n’è andato incontro al sole come 

Virginia

 

Ma io non sono Virginia 

intorno non ho l’Ouse ma un locale 

recentemente ristrutturato con grande attenzione e cura dei particolari. 

E invece vorrei

scivolare leggera sui pensieri e la vita con la facilità fragile 

con cui ridono i bambini

vorrei passare il tempo senza accorgermene 

o lasciare che mi superi, come una premonizione

vorrei passare il tempo 

come i vecchi 

a passare da un cantiere all’altro

vorrei passare il tempo a passare sulle cose come il tempo

senza scalfirle 

vorrei passare il tempo come il tempo

che in realtà è eterno

e quindi fermo

siamo noi 

che ci passiamo attraverso

e basta un niente

e non siamo più.

Cimice

Immagino che la solitudine

peggiori durante le tempeste

perché durante le tempeste

la morte è un concetto più reale

come schiacciato tra il retro dei denti e il palato

come quando bevi troppo e sai che è tardi

e che non riuscirai a non mandare

il messaggio sbagliato

alla persona sbagliata

 

E mentre il cielo si rovescia tra i vecchi ciotoli

con l’astio viscido di una donna tradita

io aspetto che passi

seduta in un bar

 

Intorno a me altre persone fanno lo stesso

uno legge il giornale ormai di ieri

uno segue l’Inter

da una radiolina

il barista asciuga una tazzina

con il retro del suo grembiule

e guarda fuori

la luce dei lampioni restare incastrata

nel riflesso delle pozzanghere

 

Io ho il cuore in una guancia e la guancia in una mano

tutto è fermo, come in un quadro di hopper

solo una cimice

terrorizzata

continua a sbattere sulla finestra

 

Se fuori ci fosse New York forse

potremmo quasi avere un perché.

 

Ma New York è ad ottocento galassie da qui

e per scordarmene

prendo la cimice

la stringo tra le dita.

Vorrei dirle

che non è sola

che siamo tutti così

passiamo la vita a sbattere contro

la paura innata di morire

e siamo capaci di mandare i messaggi

solo da ubriachi

 

Però non trovo le parole giuste

così mi alzo e

mentre pago la sento viva

sbattere le ali

dentro la mia mano

 

Appena uscita

la abbandono sul primo davanzale.

Probabilmente morirà annegata

ed è una cosa

incredibilmente triste.

Ma questa sera non potevo fare di più.

 

Per nessuna di noi due.